Ecco ben dipinta la prima comunità cristiana. Oltre all’ostilità della società esterna, questi nostri fratelli e padri devono affrontare difficoltà organizzative al loro interno.
Mancano persone che si mettano al servizio dei fedeli di lingua straniera e gli apostoli non riescono da soli a portare contemporaneamente il peso della predicazione e della carità.
Bella e funzionale la soluzione della comunità: vengono coinvolti gli stessi fedeli del gruppo linguistico che si lamentava, creando un nuovo nucleo di persone che possa rispondere alle esigenze del Vangelo. E da questi uscirà il primo martire cristiano, Stefano.
Nell’edificio della Chiesa veramente c’è spazio per tutti, sembra suggerirci la Parola del Signore. E la via per affrontare le novità non è certo la delega ai capi, per quanto apostoli e consacrati essi siano. Oggi diremmo una soluzione sinodale, quella della prima comunità cristiana.
Ma c’è di più nella Parola che ci viene rivolta oggi. Come possiamo conoscere la via, chiede Tommaso a Gesù nell’ultima sera della sua vita terrena. È la via verso la vita: domanda che ognuno di noi e ogni essere umano porta nel cuore, come nucleo più vero e profondo di sé.
Come possiamo conoscere la via verso la vera vita, noi che tante volte compiamo scelte sbagliate, noi che tante volte ci illudiamo di aver trovato il modo per essere felici, noi che comunque un giorno moriremo?
Come possiamo conoscere la via? Gesù risponderà con candore e semplicità: io sono la vera via che vi porta alla vita, ci rivela. E la vita è sì un posto accanto a Lui nella risurrezione, ma è anche la relazione di amore e di abbandono con il Padre, fonte della vita.
I cristiani conoscono la via che porta alla vita. Forse in questo consiste la differenza con la società circostante che l’apostolo Pietro ci ricorda con decisione nella seconda lettura odierna.
il vangelo
Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?». Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me».
(Gv 14,1-12)